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lunedì 13 maggio 2019

Jean Delannoy : Maigret et l’affaire Saint-Fiacre, 1959 – con Jean Gabin, Michel Auclair, Valentine Tessier, Robert Hirsch, Michel Vitold, e confronto col romanzo originale


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Nell’ambito di una classificazione in cui i romanzi di Simenon siano presi in esame sulla base della cronologia di pubblicazione, L’affaire Saint-Fiacre, di Georges Simenon, si pone come il 13^ romanzo con protagonista principale il commissario Maigret.  

Fu scritto da Georges Simenon nel gennaio 1932, (dopo L’Ombre Chinoise e prima di Chez les Flamands) e pubblicato in Francia, nel febbraio dello stesso anno. Simenon pose l’azione romanzesca nella cittadina di Saint-Fiacre, nel dipartimento dell’Allier, vicino a Moulins. In realtà, in quel dipartimento non esiste nessuna cittadina con tale nome, anche se nella realtà ne esistono ben altre due, situate però in luoghi diversi: Saint-Fiacre nel dipartimento della Côtes-d’Armor nella regione della Bretagna; Saint-Fiacre, nel dipartimento di Seine-et-Marne, nella regione dell’Île-de-France. Tuttavia, se Simenon aveva dato un nome vero ad una località fittizia, è anche vero che il luogo in cui lui pose l’azione non gli era sconosciuto: infatti da giovane aveva lavorato, presso Moulins, a Paray-le-Frésil come segretario personale del Marchese Raymond d’Estutt de Tracy, che lì aveva un castello, il cui amministratore, fu preso ad esempio per la figura del padre di Maigret, che nel romanzo si dice esser stato intendente dei Conti di Saint-Fiacre. Da questo romanzo, fu tratto un film sul commissario Maigret.

Maigret et l’affaire Saint-Fiacre, è il secondo dei due films che Jean Delannoy realizzò. Avevano giurato lui e Jean Gabin, che il primo, Maigret tend un piège, di un anno prima, 1958, sarebbe stato l’unico.

Quando ci si provarono, i due, regista ed attore protagonista, erano molto conosciuti; ed avevano anche la stessa età: Delannoy già affermato regista e sceneggiatore, vincitore a Cannes nel 1946 con La symphonie pastorale, era nato nel 1908; l’indimenticabile Jean Gabin, invece, protagonista insuperabile del cinema realista francese (Golgotha e Pépé le Moko, di Julien Duvivier; La Grande Illusion, di Jean Renoir; Le Quai des brumes, Le jour se lève e La Marie du port, di Marcel Carné), aveva vinto ben due Leoni d’oro a Venezia nel giro di tre anni : La Nuit est mon royaume, di Georges Lacombe (1951); Touchez pas au grisbi, di Jacques Becker (1954).

E anche Georges Simenon era conosciuto, altrochè! Quindi un film che avesse celebrato il Maigret di Simenon, pur se snobbato dai più giovani, era destinato ad essere un grande successo commerciale. Infatti, l’enorme successo di pubblico riportato in quell’occasione, fece loro mutare il loro iniziale intendimento. Così si ritrovarono assieme per questo secondo Maigret, che come il primo, fu un clamoroso successo. E Jean Gabin tanto sfondò, che ancor oggi, cinematograficamente parlando, il Maigret di riferimento è ancora il suo.

Diversamente dalla prima pellicola, in cui Jean Gabin si era contrapposto ad Annie Girardot,  la seconda si avvalse di un grande interprete maschile, anzi due ( Michel Auclair e Robert Hirsch ) contrapposti a Gabin. Più tardi, nel 1963, ci fu il terzo Maigret di Gabin, Maigret voit roug di Gilles Grangier, in cui con lui recitò Fraçoise Fabian.

Rispetto al romanzo, il film parte con un diverso attacco: mentre nell’originale, Maigret si è messo in viaggio per Saint-Fiacre sulla scorta di un’informativa giunta da Moulins a Parigi, secondo la quale è in progetto un omicidio nella chiesa del paese durante la funzione di Ognissanti : « Un crime sera commis à l’église de Saint-Fiacre pendant la première messe du Jour des morts. », nella pellicola Maigret si reca a Saint-Fiacre chiamato personalmente dalla Contessa di Saint-Fiacre sulla base di una lettera indirizzata a lei, in cui le si annuncia che morirà durante la funzione delle Ceneri:  : «L’heure du chatiment a sonné. Tu mourras avant l’Office des Cendres». Stranamente, nel film, viene cambiato il tempo della morte: il giorno delle Ceneri al posto di quello dei morti. Ma non è la sola cosa che cambia. Innanzitutto il diverso incipit studiato sulla base di esigenza cinematografica: Maigret entra nel caffè principale della cittadina e si incontra con l’anziana contessa, e l’incontro è il mezzo ed il modo per lasciare un attimo i due ai ricordi comuni, della loro giovinezza, quando lui era un ragazzo biondo dagli occhi celesti, figlio dell’intendente delle proprietà dei Conti di Saint-Fiacre, e lei era la contessa, musa ispiratrice del ragazzo.

Nel romanzo, invece, Maigret rivede l’anziana contessa (60 anni!) alla messa dell’alba, la prima messa del giorno come annunciato nel messaggio di morte, mentre entra in chiesa e si siede al posto a lei riservato. In entrambi, la morte si verifica mentre sta indagando per scoprire chi stia dietro alle minacce, e quindi per lui, la morte della contessa rappresenta uno smacco e un incentivo a smascherare l’omicida e consegnarlo alla giustizia, tanto più che la nobildonna gli muore davanti agli occhi, dopo la Comunione, senza che lui o altri possano intuire quanto sta accadendo davanti ai loro occhi. In pratica qualcuno ha informato la vecchia che il figlio si è suicidato (per debiti?) a Parigi, per la vergogna di avere una madre come lei. Infatti nel film la presenza di Luciano Sabatier (perché proprio questo nominativo, se nel romanzo si chiama Jean Métayer ?), suo factotum e segretario non è spiegata intimamente, mentre nel romanzo la cosa è più esplicita, molto più esplicita: in pratica è il suo amante. In realtà il romanzo si spinge molto di là, nel presentare la contessa, donna di virtù fino ai quaranta-quarantacinque anni già vedova, poi..E quel definirla “donna di virtù” legando l’espressione ad un determinato arco temporale, da parte del dottore, Bouchardon, significa il resto, che cioè dopo è divenuta altro, insomma una ninfomane o poco ci manca. Una che cambia gli amanti con nonchalance, che accoglie fra le lenzuola i suoi segretari. Che a loro volta l’hanno spolpata, sprovveduta com’è, di tutti i suoi averi. Al resto ci pensa il figlio, Maurice de Saint-Fiacre, che sperpera e fa la bella vita. Pare che avesse avvisato la madre che sarebbe passato a chiedere altri quaranta-cinquantamila franchi per coprire un assegno scoperto.

Intanto la contessa è stata trasportata al castello e sopra un letto, spogliata nuda, il dottore la esamina e stila il suo verdetto di morte per sincope. E’ Maurice che pur confermando quello che ha detto Bouchardon, tenta di spiegare la condotta della madre, quale tentativo di ricevere affetto più che fare sesso.

Fatto sta che ben presto Maigret capisce di essere dentro un covo di serpi: il segretario, Lucien Sabatier, cerca di appropriarsi di un Luigi XVI amministrando furbescamente e disonestamente le proprietà della contessa ed è da tutti, indicato tanto “ladro” che già allerta il proprio avvocato; il figlio Maurice de Saint-Fiacre, appena arrivato al castello, sbandiera sotto il naso di tutti il giornale in cui è annunciata la sua finta morte. E’ stato lui a dare la notizia al giornale per uccidere la madre ed intascare l’eredità? Potrebbe anche essere, dato che è uno smidollato che ama il lusso, la bella vita e le donne, che ha distrutto senza battere ciglio le proprietà della sua famiglia, e ha portato già alcune volte la sua vecchia madre quasi al collasso, con la sua condotta da scavezzacollo; il vecchio amministratore che mette in cattiva luce altri ma non esita anche lui a cercare di ricavarci il proprio utile, in quel “mangia mangia” collettivo; persino il medico condotto ed il curato potrebbero avere avuto una parte nella morte. Fatto sta che tra costoro si cela una serpe.

A questo punto tra le due opere si nota una profonda spaccatura: cambia cioè il principe dell’azione investigativa: nel film è Maigret e gli altri assistono, nel romanzo il deus ex-machina è il figlio, mentre Maigret è in disparte che osserva e cerca di capire, ma non interviene o stenta a farlo, sopraffatto dagli eventi, e anche dall’iniziativa furibonda di Maurice, che intende farsi vendetta.

FILM

Maigret allora comincia ad indagare su chi abbia ucciso la vecchia in modo così vigliacco. Ma come è arrivata la notizia prima che il giornale venisse diffuso in paese? Questo è il problema!

E l’assassino, come ha fatto materialmente ad uccidere la contessa, visto che nessuno ha visto avvicinarvisi alcuno durante la Santa Messa? L’illuminazione porterà Maigret/Gabin a cercare il messale, dentro il quale, alla pagina della funzione religiosa, trovano un ritaglio di giornale della pagina incriminata.

Maigret  si reca allora nella redazione del giornale e cerca di mettere paura al responsabile della pubblicazione della notizia, ma capisce che è solo un giornalista superficiale. Tuttavia, seguendolo, si ritrova in un bistrot in cui ritrova gran parte dei protagonisti della storia: il contino, il segretario malfidato, e anche il figlio dell’intendente, avviato agli studi proprio con la protezione della contessa. Lì vede il redattore sfilarsi la giacca e appenderla, con dentro la copia del giornale appena uscito dalle rotative, e non ancora venduto: capisce che solo così qualcuno è riuscito ad impadronirsi della notizia e del ritaglio.

L’individuazione del responsabile avverrà durante una cena, alla presenza di tutti i protagonisti della vicenda. Di nuovo sostanzialmente il ruolo dei protagonisti cambia: mentre nel romanzo, Maigret, che ha subito lo smacco, si tiene in disparte e l’azione la conduce Maurice de Saint-Fiacre, che poi viene ucciso davanti agli occhi di tutti dall’assassino, e quindi Maigret ha solo la funzione di arrestare l’omicida, che gli porge i polsi.

ROMANZO ORIGINALE

L’azione è molto più complessa.

Innanzitutto il messale non si trova subito (neanche nel film), ma nel romanzo la consegna da parte del chierichetto avviene perché è stata promessa una ricompensa: la madre con il figlio consegna il messale a Maigret, che sa che il ragazzo l’ha trovato sotto la sua cotta: l’assassino, pensa Maigret, deve averlo messo lì, in attesa di recuperarlo più tardi. Più tardi il chierichetto (che si rivela un bugiardo, come la madre, testimoni falsi perché comprati) testimonierà falsamente che sarebbe stato Mètayer a corromperlo per avere indietro il messale con la prova al suo interno.

Nel film, inoltre si accenna al fatto che Maurice avesse un assegno da coprire, ma poi tutto passa al di sopra. In realtà..l’assegno ha un ruolo: Maurice era venuto la sera prima della morte al castello, per prendere un po’ di gioielli di famiglia e venderli, solo che sulla scalinata, aveva incontrato quello che si saprà più tardi essere l’assassino, che gli aveva candidamente detto che era appena uscito dalle lenzuola della madre.

Quindi Maurice, apparentemente aveva un movente per uccidere la madre, e in più era stato notato nella cittadina, mentre lui sosteneva di essere stato fino al giorno della morte della madre a Parigi.

Per di più, è sempre la mancanza di soldi, a smuovere la sua amante russa e a farla arrivare al castello.

Nel romanzo, sempre l’assegno, porta in rilievo la figura del curato, che nel film è una figura secondaria: è egli che provvede a coprire l’ammontare scoperto, ottenendo la somma dalla moglie del notaio del paese, e consegnandola a Maurice, perché vada via: egli infatti, è convinto che ad uccidere la contessa sia stato il figlio. Vuole così, evitare che la casata e la defunta siano ricoperti dallo scandalo, giacchè essa – pur in bilico tra la lussuria e la santità – è morta in grazia di Dio E sempre lui è stato, a nascondere il messale sotto la cotta, avendo compreso che a far morire la donna è stata un’emozione provata leggendo quello strano ritaglio di giornale.

Strano, perché nel film si dice sia stato preso da una pagina e nel romanzo originale, lo si presenta come preso da un abbozzo di pagina, che lo collega ovviamente subito ad un giornale o alla rotativa di una stamperia. Ma nel romanzo non c’è tutta l’indagine di Maigret presso il giornale, il colloquio col redattore, nulla: si fa menzione solo del caffè di provincia dove si ritrovano un po’ tutti, anche coloro che lavorano nel giornale.

In realtà nel romanzo, gli eventi è come se si snodino senza che il commissario possa metterci il suo, come se le cose dovessero andare a quel modo, secondo un piano prestabilito: gli eventi si susseguono in un vorticare intenso, con una tensione crescente. E intanto che la morta è stata vestita per il funerale, il castello diviene la meta di traffici legittimi e non: i fittavoli che vanno a rendere l’ultimo saluto alla loro padrona, i concittadini che dopo aver chiacchierato a lungo della condotta disdicevole della loro illustre castellana, vogliono riconciliarsi con lei, visitandola; e tutti coloro che dicono di averle prestato i soldi, che vogliono ricavarci qualcosa da quel patrimonio oramai quasi scomparso: Sabatier/Métayer, interessato ai mobili, da giornalista d’arte qual è; il figlio che cerca di evitare che gli ultimi spiccioli vadano in altre mani; l’intendente, Gautier, che accampa settantacinquemila franchi, spesi a suo dire per coprire degli ammanchi, e per le spese del funerale. Insomma, un atmosfera immonda: una donna morta di crepacuore, lasciata sola in una camera fredda, e altrove gli altri che si scannano per gli ultimi brandelli di quello che era il patrimonio di Saint-Fiacre. Sembrano quasi i soldati romani che si disputano la veste di Cristo, mentre questi è in procinto di morire. Solo che qui, il morto c’è già.

Insomma il romanzo è un “nero” alla francese, più che un giallo classico, perché qui c’è il movente, c’è l’arma, c’è il cadavere, ma non ci sono gli indizi che possano consentire anche al lettore di entrare in competizione con l’investigatore, cosa che altrove era rispettato (vedi i Carr e i Queen e anche in misura minore i Christie), e che qui invece non esiste. C’è bisogno allora di una scena finale, una cena,  “alla Walter Scott”, come dice il romanzo, per riunire assassino, detective vero (Maigret), presunto (Maurice) e gli altri protagonisti. Una scena nera. Gotica, nella sala da pranzo, rischiarata dalle candele. Questa scena, tuttavia, dimostra anche la tendenza di Simenon a recepire quegli schemi tecnici tipici del romanzo ad enigma  di tipo anglosassone, proprio di quegli anni: la scena finale, della riunione di tutti gli indiziati davanti al detective, è un motivo ricorrente.

Nella diversità delle due trame, vogliamo prendere in esame proprio questo momento finale per tentare di inquadrare l’atmosfera del film in rapporto al romanzo: innanzitutto il film è molto cupo e malinconico e questo è in linea con il Simenon originale, ma il Maigret di Delannoy è molto diverso da quello di Simenon. Tanto diverso che lo scrittore, pur incassando molto il film, criticò aspramente l’interpretazione di Gabin, tesa a emergere su tutti, mentre nel romanzo non è così, e soprattutto comportandosi più come un commissario che avesse assorbito la lezione dell’Hard-Boiled del dopoguerra (molto brusco nei modi, molto deciso nell’azione), che non come un Commissario ante-guerra, ancora molto vicino alla lezione del giallo classico. Infatti la maniera in cui Jean Gabin gigioneggia è quasi plateale: si direbbe che la sceneggiatura fosse stata realizzata proprio su misura per lui, per metterlo in mostra. Per es. guardare la scena molto drammatica in cui afferra l’assassino e lo trascina per la collottola, come un cane,fino al feretro della contessa in attesa della sepoltura, e costringe, in un crescendo drammatico e molto cinematografico, a inginocchiarsi dinanzi a lei per chiedere perdono. In tale prospettiva, il film, di quelli che a quell’epoca in Francia venivano definiti “cinéma de papa”, è un notevole esempio di poliziesco francese di un attimo prima che si diffondesse il cinema della Nouvelle Vague.

Nel romanzo simenoniano, la cena è invece il fulcro del piano di Maurice per smascherare l’assassino: lui ha capito chi sia, ma vuole che sia lui a smascherarsi, sapendo anche che non potrà mai essere accusato di nulla, perché inserire un foglio in un messale non è un reato, nemmeno quando provoca una morte. E quindi mette in scena una cena che Blasetti avrebbe definito “delle beffe”: ad uno ad uno esamina i possibili assassini, dichiarando solo nel caso di Bouchardon, che è il solo che tra i tanti, non avrebbe avuto nulla a ricavarci: il prete, da mistico qual è, avrebbe ricavato un’anima santa al paradiso invece di una persa nelle spire della lussuria e del peccato: sarebbe stato quindi un angelo vendicatore di Dio; Mètayer avrebbe potuto uccidere per evitare che il testamento, in cui era nominato, potesse essere cambiato nel momento in cui lui si fosse allontanato dalla contessa, per impalmare una qualche più avvenente ragazza; Gautier padre, intendente malfidato, avrebbe potuto ricomprare a prezzi stracciati le proprietà che sarebbero state già da lui stesso condotte alla rovina; il figlio,bancario modello, d’accordo col padre, avrebbe potuto conoscere benissimo la situazione finanziaria della contessa, da capire che non c’era alternativa alla sua morte, per togliere di mezzo il Métayer dal testamento, facendo ricadere su di lui, sospettato numero uno, i sospetti, anche perché di lui era divenuto il sostituto, perché anche lui, prima che arrivasse Jean, aveva goduto delle attenzioni particolari della contessa; e infine lui stesso, Maurice, che avrebbe potuto far morire la madre, per entrare subito in possesso dei pochi soldi rimasti, evitare che andassero ancora sperperati dai segretari amanti, dagli intendenti infidi, e riuscire a condurre una bella vita.

Una pistola a tamburo è posta in mezzo alla tavola, dove una decina di bottiglie d’annata fa sprofondar i presenti in un’atmosfera greve di minacce: allo scoccare della mezzanotte, qualcuno spara. E’ lui che dice di averlo fatto per dargli la possibilità di fare quello che non avrebbe mai fatto, da assassino della madre: uccidersi. E per questo accampa delle prove, che solo il vero assassino avrebbe potuto conoscere, rivolgendole contro il figlio morto. Quando..quando accade che il morto..resuscita: la pistola era stata caricata a salve. Ora è Maurice che afferra il suo sparatore, lo prende a cazzotti, lo smaschera davanti a tutti, poi lo prende per il bavero e lo trascina al pianori sopra, dove, a suon di cazzotti e calci in faccia, lo costringe a chiedere perdono al feretro della madre.

E così finisce Maigret et l’affaire Saint-Fiacre, senza che l’assassino possa essere arrestato, perché di assassinio si è trattato, ma di una natura inconsistente dal punto di vista processuale. Egli viene solo gonfiato di botte e lanciato giù per la scalinata, senza che Maigret si muova: è come se facesse da spettatore, in questa tragedia familiare, che come tutte o quasi tutte le altre avventure maigretiane, presenta una struttura sociale ben delineata e stratificata: il Primo Stato, i nobili decaduti; il Secondo Stato, rappresentato dalla Chiesa, quella rurale però; Il Terzo Stato, rappresentato dalla borghesia degli ordini professionali (la moglie del notaio, il dottore, il giornalista critico d’arte), e dal popolo: i fittavoli, l’intendente ed il figlio di umili origini, la pensionante di Maigret. E poi il poliziotto, l’ordine costituito: Maigret.

In ultima analisi, romanzo e film sono secondo me, due opere da possedere e da leggere.

Con gli occhi e con la mente.

P. DE P.

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