Lettori fissi

domenica 24 marzo 2019

Morte a passo di Valzer – Minisceneggiato in 3 puntate, tratto da Fire, Burn! di J.D.Carr – Sceneggiatura: Vieri Razzini, Regia: Giovanni Fago, RAI 2, 1981

Nell’ambito di sceneggiati tratti da romanzi gialli, si può dire che quello tratto da Fire, Burn!, costituisca un caso si può dire unico. Il perché è presto detto: mentre tutti gli altri sono stati conformati nel tempo a romanzi già editi in italiano – e non parlo solo dei Carr (La dama dei veleni, tratta da The Burning Court; Tre colpi di fucile, tratto da Till Death Do Us Part; L’Occhio di Giuda tratto da The Judas Window), ma anche dei Maigret di Gino Cervi, o del  Philo Vance di Albertazzi (qui, addirittura proprio lui, nell’introduzione al Caso Benson , aveva in mano uno degli Omnibus Mondadori in cui furono pubblicate le avventure di Philo Vance)– Fire, Burn!  prima del 1979 non godeva di una traduzione italiana e quindi si deve apprezzare come la sceneggiatura di Vieri Razzini fosse stata approntata sull’originale inglese. Il che significa che Vieri Razzini (o chi per lui) conosceva da prima il testo carriano, e quindi la conoscenza di testi non ortodossi da parte di uno dei più grandi critici italiani, particolarmente versato proprio al poliziesco: chi non ricorda (e sono sicuro che molti dei miei lettori sono giovani e quindi non possono ricordare) le sue presentazioni  e i cicli da lui curati basati anche sulle avventure di Sherlock Holmes o di Charlie Chan? Igor Longo, me lo ricordo bene, stravedeva per Vieri Razzini e criticava il fatto che, alla RAI, fosse stato messo da parte. Proprio qualche giorno fa, parlandone privatamente con Mauro Boncompagni, lui mi ha detto: “Ricordo che allora chiesi a Orsi perché non pubblicassero la trad. italiana. L’ottimo Gian chiese il libro all’agente, me lo passò per la lettura (ricordo che era la prima edizione americana), io feci una recensione e la Francavilla lo tradusse (allora io non traducevo). Bei tempi, eh?”.
Lo sceneggiato, salvo alcune personalizzazioni  cui accenneremo, è fedele all’originale.
Innanzitutto, l’ambientazione è curata fino nei minimi particolari; e anche la recitazione, e la descrizione delle scene non lascia adito a dubbi.  Persino la caratterizzazione della figura di Volcano  con l’occhio di vetro, anche se Volcano nel romanzo è calvo mentre qui è ricciuto, e l’occhio di vetro nel romanzo è il destro mentre qui è il sinistro.

Tuttavia vi sono cose che non esistono nel libro originale di Carr. Innanzitutto la Camera Chiusa.Nel romanzo di Carr non c’è nessuna Camera Chiusa, ma nello sceneggiato sì.Viene posta alla fine della seconda puntata, ultima scena, e quindi con essa comincia la terza puntata.  La vittima sarebbe quel Freddie Derbitt che qualcuno pensava potesse essere l’amante segreto di Margaret Renfrew. La sceneggiatura è evidente per quale motivo inserisca questa variazione: per accrescere l’interesse del pubblico e motivarlo a vedere la terza parte. La Camera Chiusa è una classica: porta e finestra chiuse dall’interno, nessun passaggio segreto, eppure la vittima ha un foro  sulla fronte.Se la Camera Chiusa nel romanzo originale non c’è significa che lo sceneggiatore deve averla presa da qualche altra fonte, se non inventata. Io credo che l’avesse presa da un altro sceneggiato di qualche anno prima: per il tipo di soluzione, e quindi per come la vittima venga uccisa, la Camera Chiusa mi ha ricordato istantaneamente quella usata per uccidere Rex, uno dei fratelli della famiglia Greene, nell’omonimo romanzo e nello sceneggiato RAI interpretato da Albertazzi.
E’ probabile che fosse stata presa da lì, penso io. Inoltre anche lì la morte -di Rex in quel caso -concludeva la puntata.Un’altra variazione è data dall’inizio e dalla fine dello sceneggiato: mentre il romanzo comincia con Cheviot che sta recandosi a Scotland Yard in taxi, lo sceneggiato presenta un prologo con un delitto del tutto inventato: Lord Davenport sul par di un campo da golf sta per imbucare la pallina e con lui stanno due amici e sua moglie. All’improvviso il lord cade schiantato al suolo: una pallottola lo ha colpito al cranio, senza che nessuno abbia sentito lo sparo. Ovvio pensare ad un’arma munita di silenziatore, ma per colpirlo da lunga distanza non sarebbe stato facile – perché tutt’attorno non ci sono punti da cui sparare – e per di più l’esame balistico ha dimostrato che è stato colpito con una traiettoria dal basso in alto. Insomma un delitto impossibile.La cui soluzione verrà scoperta da Cheviot nel corso del suo salto nel passato: infatti la soluzione del delitto antico potrà essere usata per spiegare anche il delitto contemporaneo. Non a caso, le ultime scene della terza ed ultima puntata, concernono la cattura dell’assassino del Lord e la spiegazione di come egli abbia potuto ucciderlo: è evidente, giacchè compaiono solo quattro persone compresa la vittima, che l’assassino debba essere uno degli altri tre.Ma perché si pensò di introdurre un episodio assolutamente originale ed inventato in questo mini sceneggiato? Un’idea l’avrei. La scena iniziale è simile a quella di un altro sceneggiato che aveva avuto un enorme successo anni prima, tratto da un lavoro di Durbridge: Giocando a golf una mattina (Game for a Murder). Anche lì si verifica un delitto sul par di un campo da golf: chi sta giocando, viene ucciso. E’ come se gli inglesi fossero associati dal pubblico italiano al gioco del golf. Del resto nel tempo, numerosi sono stati i romanzi polizieschi che hanno avuto come teatro di azione un campo di golf: un esempio per tutti?  Herbert Adams. In Italia di Adams sono apparsi molti romanzi negli anni Trenta, nella mitica serie de I Romanzi della Sfinge, di Salani Editore.
Una delle serie varate da Adams era appunto incentrata su un giocatore di golf, Roger Bennion.Altra variazione ancora, cioè un particolare che non esiste nel romanzo ed è stato aggiunto da Razzini è l’orologio da panciotto che Cheviot si trova addosso quando rinviene nel taxi e che è stato acquistato da lui nel 1829, nel corso della sua avventura nel passato. Questo particolare, sicuramente affascinante, con cui si conclude lo sceneggiato è un altro escamotage per finire in bellezza, donando anzi accentuando l’aspetto fantastico dell’opera. Carr ne sarebbe stato deliziato.Altra variazione inventata è quella dell’immagine di Flora Gray. Cheviot, nel taxi, sta leggendo un paragrafo in un libro di storia trovato nella biblioteca di Lord Davenport, dedicato ai personaggi del regno di Giorgio IV e trova la foto di Lady  Flora Gray. Mentre la sta guardando, ecco che perde coscienza e si ritrova sbalzato nel 1829. Tutto questo nel romanzo non esiste. Perché è inserita?
Avrò io una deformazione personale nata dalla mia conclamata cinefilia e dall’amore degli sceneggiati d’epoca, avrò io la tendenza a richiamarmi e richiamare la memoria altrui a dei particolari che ai più sfuggono, ma questo fissare una foto e ritrovarsi sbalzato nel passato, mi sembra tanto, troppo simile a quello che accade al protagonista in The Burning Court, quando in treno l’immagine della celebre avvelenatrice, la Marchesa di Brinvilliers sembra troppo simile a quella di una donna del presente.  Questo richiamo, che non mi sembra casuale, è avvalorato dal fatto che nell’epilogo, quando Cheviot viene svegliato nel taxi che ha avuto un incidente per la nebbia, si ritrova accanto la moglie, il cui volto è identico a quello di Flora Gray. Mentre nel romanzo, la rassomiglianza tra le due Flora viene ad essere indicata negli ultimi due-tre righi del romanzo.
Poi vi sono delle variazioni che qui e là modificano qualcosa, senza avere un riflesso importante: innanzitutto la scazzottata. Quando Cheviot accusa Volcano di truffare e raggirare i giocatori mediante una roulette truccata, dal parapiglia generato dalla rottura del tavolo da gioco e dalle molle che escono fuori e dai sibili di aria che si sentono, testimoniando il trucco ad aria compressa che inclinava il piano con la pallina in modo che andasse a rotolare dove si voleva che rotolasse, si genera una scazzottata. Il romanzo ne accenna in due righi e basta. Ovviamente invece lo sceneggiato vi indugia, perché questa è una tipica scena da film. Come non ricordare i tanti spaghetti western all’italiana dove scene di questo tipo erano di casa? Mi sembra quasi un omaggio a Gianni Garko che era stato uno degli attori più impegnati in quel genere di films. C’è addirittura il volo di un tale che va a sfasciare un mobile, che ci rimanda con la memoria ai films con Terence Hill e Bud Spencer.Poi c’è la sparizione del registro del 1829, quello in cui erano annotati gli acquisti di Volcano in cambio di fiches, che nel romanzo non sparisce affatto, anzi viene ritrovato con la perquisizione seguita all’arresto di Volcano.
Infine, mentre lo sceneggiato è incentrato esclusivamente sulla vicenda personale di Cheviot e sugli sviluppi delittuosi e sentimentali, il romanzo è uno spaccato intenso ed appassionante dell’epoca. C’è persino una ininfluente rivolta per l’abolizione del dazio sul grano, primo assaggio delle riforme che vennero varate negli anni successivi.

P. De P.

mercoledì 20 marzo 2019

Billy Wilder : Testimone d'accusa (Witness for the Prosecution, 1957) – soggetto di Agatha Christie– con Charles Laughton, Tyrone Power, Marlene Dietrich, Elsa Lanchester, Una O'Connor – B/N, 111 min. – USA, 1957

 

Tratto dalla omonima pièce teatrale di Agatha Christie – a detta della stessa scrittrice britannica –  fu il  miglior film tratto da un suo lavoro.

Billy Wilder, quando lo firmò, era già notissimo: emigrato in USA dalla Germania (era di famiglia ebraica: suo madre, il suo patrigno e sua nonna morirono ad Auschwitz), aveva potuto, grazie agli aiuti di altri emigrati di origine ebraica approdati al mondo del cinema, tipo Peter Lorre, continuare l’attività di sceneggiatore che già aveva intrapreso in Germania, facendosi ben presto un nome prima come scrittore imprestato agli studios, poi come regista. Nel 1945, diresse il noir dei noir, La fiamma del peccato, con sceneggiatura di Raymond Chandler, che ebbe la nomination per la migliore regia, vincendo  l’anno dopo i suoi primi due Oscar, in quanto sceneggiatore e regista, con Giorni perduti (1945), un film drammatico sul disadattamento dei veterani di guerra. Il terzo e il quarto Oscar (sceneggiatura e regia) giunsero poi, assieme, nel 1950, con un altro famosissimo noir, Viale del tramonto, con William Holden e Gloria Swanson.. A questo seguirono prima L’asso nella manica, e poi Stalag 17 ( con il quale William Holden conquistò l’Oscar come migliore attore),

Sabrina con Audrey Hepburn, Humphrey Bogart e William Golden e Quando la moglie è in vacanza, con Marilyn Monroe.

Insomma..un regista di gusti eclettici, che nel 1957 diresse Testimone d’accusa.

Per i due ruoli principali Wilder aveva chiesto altri due attori: per la parte di  Leonard Stephen Vole, il suo William Holden, che rifiutò (seguito da altri tra cui Kirk Douglas, Roger Moore, Gene Kelly e persino Jack Lemmon); per quella di Christina, sia Rita Hayworth che Ava Gardner.

Tuttavia i due attori che ottennero la parte, Tyrone Power e Marlene Dietrich erano molto famosi all’epoca: per Tyrone Power, Testimone d’accusa fu il suo ultimo grande successo, perché,  durante le riprese di Salomone e la Regina di Saba, film che iniziò a girare dopo, morì. Aveva già mietuto successi negli anni ’30 e ‘40 (Jessie James il bandito, 1939; Il segno di Zorro (1940); Sangue e Arena (1941); Il cigno nero (1942); La lama del rasoio (1946), affermandosi per la sua prestanza fisica e bellezza, pur non demeritando nemmeno in lavori teatrali: dopo la parentesi bellica in cui aveva prestato servizio come aviatore nei Marines, aveva alternato i suoi ruoli di attore cinematografico con quelli di attore di teatro, riportando grandi successi prima con John Brown’s Body di Charles Laughton (1953) e poi, dalla fine del 1954 alla metà del 1955,  con The Dark in Light Enough; e poi nel 1957 col film Il sole sorge ancora, tratto da un romanzo di Hemingway. Insomma una carriera con grandi trionfi, ma non coronata dall’Oscar.

Stessa sorte per la Dietrich che nel 1929 si era imposta con L’Angelo Azzurro di Josef von Sternberg: dopo essersi trasferita in USA, nel 1940 aveva interpretato Marocco assieme a Gary Cooper, venendo nominata all’Oscar. Erano seguite poi altre grandi interpretazioni, da Shangai Express (1932) a L’Imperatrice Caterina e Capriccio Spagnolo (1935), films che affermarono la sua fama (che si nutriva anche di suoi atteggiamenti anticonformistici: fu la prima attrice a vestirsi da uomo; era dichiaratamente bisessuale: aveva destato scalpore un suo bacio omosessuale) e la contrapposero a Greta Garbo.

Negli anni ’50 era sul viale del tramonto. Comunque la sua partecipazione al film di Wilder fu tale che molti le davano già assegnato l’Oscar, che invece non conquistò.

Insomma due dei tre interpreti principali erano di grande levatura; e ancor più grande era quella di Charles Laughton, che fra l’altro aveva già conquistato l’Oscar, per Le sei mogli di Enrico VIII, nel 1933. Laughton da quel momento aveva accelerato la propria carriera, conseguendo una serie di successi in ruoli quasi sempre negativi, da La tragedia del Bounty (1935) di Franck Lloyd, a La taverna della Giamaica di Alfred Hitchcock. Aveva poi interpretato Notre Dame di William Mieterle, Questa terra è mia di Jean Renoir, Il caso Paradine di Alfred Hitchcock, alternando la carriera di attore a quella di regista con La morte corre sul fiume ( 1955), a quella di attore teatrale, con il Galileo di Bertold Brecht.

Era quindi un attore completo, e già appagato: ma ancora una volta, come già era accaduto altre volte, soprattutto con il già ricordato Le sei mogli di Enrico VIII, aveva la possibilità di recitare al fianco della moglie, Elsa Lanchester, abile interprete, già ballerina e allieva di Isadora Duncan, caratterista che aveva sposato sin dal 1929 Laughton, e si era già messa in luce anche in altri ruoli, soprattutto quello della moglie di Frankenstein, nell’omonimo film, conseguendo una nomination all’Oscar per Le due suore. Insomma una coppia affiatata.

L’unica interprete del film che Wilder aveva voluto fortissimamente e imposto alla produzione (e che aveva accettato il ruolo) era stata l’attrice irlandese Una O’Connor, apparsa in ruoli cinematografici, connessi quasi sempre a thiriller o film polizieschi o horror: Murder! di A.Hitchcock (1930), L’Uomo Invisibile e La moglie di Frankenstein, di James Whale; e che aveva interpretato lo stesso ruolo che ebbe nel film, quello della bisbetica governante, già nel lavoro teatrale originale “Testimone d’Accusa” di Agatha Christie, all’ Henry Miller's Theatre di Broadway, dal 1954 al 1956. Era quindi predestinata a quella parte cinematografica.

Ma a esser candidati all’Oscar quell’anno, per questo film, invece che la Dietrich,  furono i coniugi Laughton – Lanchester: il primo per l’interpretazione dell’avvocato difensore sir Wilfrid Robarts, la seconda per quello dell’infermiera dell’avvocato, ruolo inventato nel film proprio per permetterle di recitare, che nel lavoro originario non esiste.

La trama è la seguente:

Wilfrid Robarts (Charles Laughton), grande penalista del foro di Londra è stato ricoverato per un attacco di cuore. Quando ritorna a casa sua, assistito, anzi tartassato dall’onnipresente infermiera (Elsa Lanchester) che deve impedire che lui beva brandy e fumi sigari, cose che gli sono stati vietate per le sue condizioni di salute, riceve una visita in cui gli viene presentato un certo

Leonard Stephen Vole (Tyrone Power): costui, gli racconta di essere stato accusato di omicidio per l’assassinio di una signora, che lui frequentava da un poco di tempo, anche allo scopo di farle sponsorizzare, con un prestito di duecento sterline, il brevetto di un frullino da cucina. Lui si dichiara innocente. Robarts inizialmente, per le sue condizioni di salute,vuol mollare la difesa ad un altro avvocato suo amico, ma quando questi ha un breve colloquio con Robarts che gli fa capire che a breve potrebbe essere arrestato ( soprattutto dopo che sul giornale ha letto che il testamento della vittima prevede il lascito di 80.000 sterline a favore proprio di Vole, che dice di non saperne nulla), perché per uccidere aveva un movente abbastanza saldo, e così avviene guarda caso a distanza di pochi minuti.

Dopo che è stato portato via Vole dalla polizia, si presenta a casa sua la moglie di Vole, Christine Helm Vole (Marlene Dietrich) che glacialmente gli dice che il marito è ritornato a casa all’ora in cui veniva altrove commesso l’omicidio; Robarts ricorda alla donna che in Inghilterra la testimonianza della moglie non vale in favore del marito, e allora lei gli rivela di non esserne legalmente e legittimamente la moglie, essendosi sposata mentre un suo primo marito, tedesco, non gli risltava essere morto.

Durante un successivo approccio con essa, Christine gli racconta come abbia conosciuto il marito in Germania, durante l’occupazione alleata, dopo una rissa in un locale in cui lei si esibiva cantando (la Dietrich, famosa per le sue esibizioni mascoline, anche qui è vestita da uomo, ma ad un certo punto un soldato un po’ più alticcio e arrapato degli altri, le strappa una parte dei pantaloni, mettendo a nudo la gamba di Christine. La scena, pare costata 90.000 dollari fu allestita proprio allo scopo di mettere in luce le splendide gambe della Dietrich, che altrimenti sarebbero rimaste nascoste); e come egli in realtà a sua insaputa, non sia affatto il suo unico marito, in quanto prima di lui ne aveva un altro. E che farà tutto il possibile comunque per salvarlo.

Fatto sta che si apre il processo e sfilano i vari testimoni: primo l’Ispettore capo..che racconta come sulla giacca dell’imputato fosse stato trovato del sangue associabile per gruppo sanguigno a quello della vittima: la testimonianza viene confutata da Robarts che ricorda come lo stesso gruppo sanguigno sia quello dell’imputato, che a suo dire si era tagliato con un coltello. Poi spicca la testimonianza della vecchia bisbetica governante della sig.ra Emily French, Janet Mac Kenzie (Una O’ Connor), che racconta come non sia affatto vero, come sostiene la difesa, che Vole fosse a casa sua alle 21.25 della sera dell’omicidio, ma che egli alle 22.10 era ancora a casa della vittima; e che lei aveva sentito, ritornando a casa, che al di là della porta c’era una discussione animata tra la vittima e lui: la sua testimonianza

La sua testimonianza viene confutata, con un abile sotterfugio che dimostra ai giurati come la zitella fosse abbastanza ipoudente da non poter distinguere se la voce sentita al di là della porta fosse stata in verità quella del reo o di altra persona.

A questo punto l’accusa presenta il suo asso nella manica, e sul banco dei testimoni si presenta a deporre..Christine, la moglie di Vole: solo allora il marito capisce perché la moglie non era mai andata a trovarlo in carcere. Christine in pratica denuncia il marito: dice che lui non era vero che fosse rincasato prima, che anzi era rincasato 45 minuti dopo quello che lui aveva dichiarato e al momento del rientro la sua giacca era sporca di sangue, e che lui le aveva confessato di avere ucciso la donna.

Robarts cerca di smontarne la deposizione, insinuando che se quanto riferito e giurato alle autorità britanniche ( per es. sul suo nubilato prima del matrimonio) era falso (per cui lei poteva essere accusata di bigamia e falsa testimonianza), sarebbe potuta essere falsa anche la sua deposizione in quella causa. Ma lei rigiura che quella è la sacrosanta verità anche dopo che le è stata ricordata la pena prevista per chi giura il falso.

Inoltre, la pubblica accusa porta a conoscenza della giuria il fatto che lo stesso Vole era stato notato a braccetto di una splendida giovane entrare in una agenzia di viaggi ed informarsi su quelli più costosi e interessanti (cosa che avrebbe avuto senso di fare se si fosse posseduto un certo ammontare di denaro oppure si fosse stato in procinto di riceverlo). Insomma, a dirla in breve, il caso è disperato.

Tra il pubblico, l'infermiera di Robarts è triste e vicino a lei una bella bruna (che avrà una grande importanza nel prosieguo) piange e si dispera, quasi inconsolabile : chi sarà mai?

Robarts non sa che pesci prendere, dato che non era stato informato della vicenda dell’agenzia di viaggi, quando accade l’mprevisto: riceve una telefonata, in cui una donna, da una delle stazioni di Londra, gli promette di dargli in cambio di soldi delle lettere che cambierebbero completamente la situazione processuale in atto.

In stazione in effetti conoscono una donna volgare che dice di volersi vendicare di Christine per uno sgarro d’amore avuto anni prima; e gli consegna delle lettere in cui Christine premedita di accusare falsamente il marito, che non avrebbe mai acconsentito a lasciarla andare via, affinché possano impiccarlo e così lei possa ritrovarsi libera di andar via con un altro, un certo Max ( e con le 80.000 sterline dell’eredità ricevuta dal marito). In aula, viene richiamata alla sbarra Christine, e Robarts la inganna, dicendole di aver ricevuto delle lettere compromettenti scritte da lei, e finge di leggere un foglio di carta normale; al che lei gli contesta il fatto che quella non può essere una sua lettera, perché lei usa una particolare carta da lettere, e allora l’avvocato difensore, toglie da sotto un libro il pacchetto delle vere lettere che si rivelano della stessa carta menzionata da Christine. Sbugiardata e costretta a rivelare che ha mentito, la giuria assolve Vole per non aver commesso il fatto.

Finito tutto? No. Perché Robarts non è contento come gli altri: gli sfugge qualcosa, gli sembra che tutto vada troppo bene al suo posto. E infatti…

Infatti, mentre l’accusato è stato rimesso in libertà ed è assediato dai cronisti, ecco che Christine, rimasta faccia a faccia con Robarts, gli rivela l’altra faccia di quello che si è appena concluso:

aveva giurato di aiutare il marito? Ebbene l’unico modo per aiutarlo, visto che non gli era permesso dalla legge testimoniare a suo favore, era di accusarlo falsamente, venendo poi sbugiardata da delle lettere che lei stessa avesse scritto con quell’intento. E la donna della stazione? Lei, sempre lei, con una parrucca e dei denti finti: durante la guerra non aveva fatto la ballerina, la cantante e l’attrice?

Robarts è sempre più sbalordito, ma nel tempo stesso ammira quella donna che ha imbastito tutto quel castello di falsità per salvare il marito dall’impiccagione; e che ha anche giurato il falso.

E glielo ricorda. Ma ecco, l’ultima verità: lei, sì che verrà giudicata per falso, ma in cuor suo non ha giurato il falso.

Come? Certo. Quella sera il marito era davvero ritornato più tardi di quello che aveva detto al suo avvocato difensore; ed il sangue di cui era sporco non era il suo ma quello della vittima: egli davvero l’aveva uccisa.

Queste ultime affermazioni vengono fatte, mentre il marito è rientrato in aula: all’avvocato furente che gli da dell’assassino, lui lo ringrazia per la difesa e gli dice che con le 80.000 sterline, il thermos che portava con sé, che avrebbe dovuto contenere della cioccolata calda con cui accompagnare le pillole, e che invece conteneva del brandy, lui glielo avrebbe fatto di oro puro! Non solo. Gli ricorda che per la giustizia inglese, nessuno può essere giudicato due volte per lo stesso reato. E’ così libero. Ed è stato lui, Robarts, l’involontario mezzo della sua liberazione.

Ma a questo punto, in questa commedia degli equivoci, ecco ancora un cambiamento di verità: a fianco di Vole, compare la ragazza che era seduta durante il processo a fianco dell’infermiera (che si era chiesta perché tante volte l’avvocato avesse bevuto da quel thermos invece che agli orari prestabiliti per assumere i medicinali) e che tante volte aveva pianto: è lei la ragazza dell’agenzia turistica. Lei e Vole si abbracciano. E così anche Christine si accorge di essere stata ingannata: rischierà il carcere per un assassino che ora grazie a lei vivrà libero e felice assieme ad un altra.

Finisce così? No. Perché…scopritelo voi, vedendo il film e scoprendo tante altro di questo grande capolavoro della suspence.

L’interpretazione della Dietrich avrebbe meritato l’Oscar, ma forse era troppo costruita: si sapeva della sua maniacale perfezione. Invece candidati all’Oscar furono Laughton e la moglie: in realtà l’interpretazione di questo avvocato così misogino e insofferente alla cure della sua infermiera,  fatta di risposte pungenti al limite della comicità, che si scontra con l’attaccamento maniacale al lavoro da parte di lei, caricano il film di una verve brillante, che, in un dramma come questo che altrimenti si sarebbe appesantito, contrasta assai piacevolmente.

Chissà quante risate si saranno fatti i due coniugi, quando magari replicavano sulla scena i mille battibecchi casalinghi! Fatto sta che Laughton e Lancaster ben avrebbero meritato l’Oscar. E forse qualche riconoscimento in più l’avrebbero anche potuto riconoscere (e ce ne furono; ma anche solo una candidatura all’Oscar ben sarebbe servita) alla O’Connor, la cui interpretazione della governante bisbetica, invidiosa e gelosa dell’eredità che altrimenti sarebbe toccata a lei, è veramente stratosferica.

Se le interpretazioni in taluni casi raggiungono vette di espressività (va ricordato che sei nominations ebbe il film agli Oscar, ma neanche uno lo conquistò), è da dire che, oltre la regia di altissima intelligenza, il film, se conquista subito per la tensione sempre ai massimi livelli, è in virtù di un montaggio estremamente sapiente, che dona un ritmo palpitante e frenetico: nessuna scena a vuoto, nessun fotogramma è mai inutile allo svolgimento dell’azione, e lo spettatore viene condotto al catartico finale in men che non si dica (circa due ore, che passano senza quasi accorgersene).

Insomma..un film grandissimo, cha vale sicuramente più di una visione, e che qui ci si rammarica che assieme ad altri grandi lampi di regie d’altri tempi non venga proposto in TV, al posto invece di inutili futilità del tempo attuale.

P. De P.





sabato 16 marzo 2019

Nicholas Ray : Johnny Guitar (Johnny Guitar, 1954), con Joan Crawford, Sterling Hayden, Mercedes McCambridge, Ernest Borgnine, Scott Brady - Western, Colore, 110 min.

Perché analizzare un film come Johnny Guitar in un blog dedicato espressamente alla Letteratura e al Cinema Polizieschi?

La domanda la potrebbe fare chiunque e merita una risposta sensata: questo film di Nicholas Ray, definito un film western atipico, un western barocco, un western che ha rivoluzionato il genere, un western psicologico, nient’altro è che…un noir, travestito da western.

Johnny Guitar è sempre stato uno dei pochissimi film da me preferiti: quando lo vidi la prima volta ero un bambino e da allora l’ho visto una miriade di volte, ed ogni volta noto qualche particolare che mi era sfuggito precedentemente. Non so però per quale motivo mi abbia da sempre attirato: forse il fatto che stranamente il film si risolve non con un duello tra uomini, ma tra donne; il fatto che il personaggio della cattiva di turno fosse veramente di grande levatura, che il pistolero che ritorna a casa fosse un personaggio strano, che del western avesse poco e niente e che fosse invece un dramma imperniato sull’amore e sull’odio, sulla passione e la gelosia. Per questo, poco alla volta, continuando a rivederlo, mi son fatto la convinzione che non sia altro che un noir travestito da western .

La mia convinzione nasce anche da una considerazione di massima: parecchi dei grandi scrittori di western sono (stati) anche scrittori hard-boiled. Ma perché talvolta western e noir viaggiano assieme?

Una grande differenza tra i films noir del periodo e i western era innanzitutto il colore: i polizieschi, i noir, erano quasi tutti b/n, mentre i western, tranne qualcuno, erano a colori; e questo secondo me perché i due generi rappresentavano due mondi diversi, due realtà diverse: il grigiore della città, la cromaticità della natura ancora incontaminata.

Nell’ambito del genere western, vi era un filone di films che si diversificava dagli altri: quello che abbandonava il mito della grande frontiera, dello scontro tra razze diverse (pellerossa e yankee; negri e bianchi), e parlava invece della violenza negli uomini e tra gli uomini. Questi western, per me, sono molto molto vicini ai noir del periodo, perché trattavano gli stessi temi, ambientandoli altrove, in un altro tempo e in un altro spazio. E a questi apparterrebbe Johnny Guitar, per me.

Facciamo un esperimento: proviamo a tradurre questo western in un noir: sarebbe possibile?

C’è una donna che ha una bisca fuori da una città; conosce tipi poco raccomandabili, non proprio banditi, ma quasi, che si danno da fare per vivere al margine della società; le autorità, i personaggi più in vista di quella città li detestano, vorrebbero liberarsene, come pure della bisca, non perché la padrona della bisca sia collusa ma perché ha grandi idee, non condivise dagli altri: vicino al suo locale, passerà l’autostrada, e lei il suo suolo lo concederà ai costruttori della strada. C’è una donna che più degli altri la odia (motivi suoi) e odia anche i suoi amici. Un giorno arriva un avventuriero, un giocatore d’azzardo, facile con la pistola: non ha mai avuto grandi problemi con la giustizia perché è un tipo lesto e furbo. Conosce la biscazziera, anzi anni prima con lei ha avuto una storia. Ora e lì, e vorrebbe dare un taglio alla sua vita. Gli amici della sua tipa si metteranno nei guai, i cittadini li linceranno e lui sottrarrà la sua donna alla stessa fine, prima che lei e l’odiata rivale si affrontino in un epico finale. Bello eh? Sarebbe potuto essere un noir, no? Invece è un western. La trama l’ho accennata (e cambiata adattandola ad una ipotetica storia hardboiled); ora l’arricchisco, analizzandola in verità a fondo.

Vienna (Joan Crawford) ha un saloon, con annessa sala dove si gioca a carte e alla roulette, che è fuori dalla città.

E’ odiata da Emma Small (Mercedes McCambridge), proprietaria di terre e bestiame, che vorrebbe anche la terra di Vienna, soprattutto per impedire che ella lo conceda alla ferrovia che potrebbe passare per lì: in questo modo verrebbero a trovarsi spiazzati dai tanti che passerebbero per quei luoghi e potrebbero perdere il potere che hanno acquisito. Emma Small odia Vienna anche per un altro motivo: Vienna ha una relazione col capo dei quattro amici “Dancin’Kid”, Kid Ballerino (Scott Brady), che quando non scavano nella miniera che hanno scoperto, si dedicano a qualche altra attività al margine:  Turkey Ralston (Ben Cooper), Bart Lonergan ((Ernest Borgnine), Tom (John Carradine). Dei quattro il più cattivo e violento, quello che cerca in tutti i modi di convincere gli altri a dedicarsi per es. alle rapine alle banche, è Lonergan. Dancin’Kid a sua volta però è innamorato di Vienna, ed è ricambiato, ma, sa anche che la relazione che con lei intrattiene non sarà mai come quella che Vienna ha avuto cinque anni prima con un pistolero, con cui voleva cambiare mestiere e mettere su famiglia, e che invece “aveva la pistola più lesta della ragione”, come dirà Vienna.

Un bel giorno, arriva durante una bufera di sabbia, uno straniero al saloon: si chiama Johnny Guitar, e porta come dice il nome, solo una chitarra a tracolla; fatto strano, non porta la pistola alla cinta, e dice di essere stato chiamato da Vienna, che nel frattempo è impegnata a cena con uno di coloro che costruiranno la ferrovia. Intanto qualcuno ha fatto una rapina ad una diligenza ed è morto il fratello di Emma: lei si incarica di spingere il grosso latifondista John McIvers, a capo a sua volta di un gruppo di proprietari terrieri, a liberarsi di Vienna e dei suoi amici. Quando tutti insieme irrompono nel locale di Vienna chiedendole di Kid ballerino e dei suoi amici, Emma si spinge ad accusare anche lei. La situazione si fa tesa, finchè arrivano i quattro tipi che tutti aspettavano: ora ci si aspetta uno scontro.

La scena è magnifica: Old Tom (John Carradine), uno dei quattro si è scolato un bicchiere di whisky; il bicchiere rotola sul bancone, tutti sono tesi, nessuno fa una mossa; e mentre il bicchiere questa volta sta per cadere, viene prontamente afferrato a riposto sul bancone, dallo straniero, che sbuca tra i due gruppi di contendenti ed è come se intenzionalmente, mitigasse il clima di scontro, facendo da paciere, e facendo in modo che i due gruppi, che sono ognuno di fronte all’altro pronti a scattare ma lontani si riavvicinino. Come? Con uno scambio di battute.

-“Avete da fumare per caso?”, chiede Johnny ai quattro. E Kyd Ballerino gli offre un sigarillo.

-“Disturberò voi per il fuoco”, dice Johnny al capo dei proprietari. E quello gli porge il fuoco.

-“Niente di meglio che una tirata ed una tazza di caffè”, dice Guitar. E prosegue:

-“Vedete: c’è chi ha la febbre dell’oro e dell’argento (e parla di Kyd Ballerino e dei suoi); altri vogliono tanta terra con greggi e armenti (parla di Small e dei suoi); altri invece hanno un debole per il whysky e per le donne (allude a sé). Però gratta gratta di cosa ha bisogno un uomo? Di una fumata e di una tazza di caffè”. Una frase che messa in bocca, che so, a Sam Spade, sarebbe stata del tutto legittima e connaturata al tipo

La tensione è rotta. Johnny Guitar prosiegue con delle battute e presa la chitarra improvvisa un ritmo di quadriglia per vedere se davvero Kyd sia Ballerino come dice il nome; e lui non si smentisce. Anzi, afferra Emma (che lo ha sempre amato segretamente) e la fa ballare con sé fino a che finito il pezzo, la lascia lì sfinita e umiliata, perché ha dimostrato a tutti la sua vulnerabilità. Non solo. Quando lei di nuovo chiede ai suoi che li impicchino, lui chiede candidamente: “Anche me?”.

La scena si chiude: Emma Small e i suoi vanno via, giurando vendetta.

Kyd Ballerino e i suoi vanno via, ma prima c’è un interessante scambio di battute tra lui, Vienna e Johnny, in cui capisce che lui per Vienna non è uno straniero: “Si è stranieri con gli stranieri”, dice lei, guardando Johnny, in modo da far capire che loro non lo sono. Insomma Kyd capisce che da quando è arrivato lui, un suonatore di chitarra, che non porta pistole, in una terra dove tutti ce l’hanno (Vienna e i suoi croupiers per esempio), la sua relazione con Vienna è finita. L’ultimo ad andarsene è Turkey Ralston: è il più giovane dei quattro, poco più che diciottenne, ma si da arie di pistolero. Offre la sua pistola in difesa di Vienna e per dimostrarlo spara a tazzine e zuccheriera su un tavolo; Johnny che sta in cucina, richiamato dagli spari, irrompe in sala e afferrata una pistola fa volare quella di Turkey di mano e poi sparo dopo sparo la spinge fino alla porta, dimostrando che non è proprio quello che vuol credere di essere.

Insomma, lui Johnny Guitar in realtà è Johnny Logan, il famoso pistolero che Vienna ha amato cinque anni prima: lei è furiosa, perché sperava che lui fosse cambiato, ed invece vede un uomo che spara come Dio. I due si fronteggiano.

Entrambi hanno i pantaloni (particolare interessante: uno dei croupiers prima che arrivassero Emma e i suoi ha detto: “Non ho mai conosciuto una donna che si assomigliasse ad un uomo come lei”) perché lei deve esprimere la sua forza.

I due si spiegano e poi..il pistolero fa la sua dichiarazione d’amore, ma la fa come la può fare un uomo duro, come la farebbe Hammer, in un romanzo di Chandler:

-“Mi è stato più di conforto pensare che tu eri qui ad aspettarmi”, esordisce lui

-“Sinceramente hai pensato che dopo 5 anni stessi aspettando te?”, risponde lei.

-E’ stata lunga la strada fin qui da Albuquerque. Dovevo pensare a qualcosa. E mi piaceva pensare che saremmo stati ancora assieme.

-Molto generoso da parte vostra, Signor Logan. E’ una proposta?

-Uno deve pur fermarsi da qualche posto: questo non mi sembra peggiore di altri!

-Questa è certo la più spassionata dichiarazione che mai una donna abbia ascoltato. Sono commossa (con tono ironico)

-Sì sono parole povere, ma..(avrebbe voluto dire: da me cosa ti aspetti?)

Insomma, lei finge di essere titubante: vuol prendersi la sua vendetta.

Fatto sta che ora la situazione è cambiata: il capo dei cittadini “onesti”, ha dato 24 ore a Vienna per chiudere il locale: otterrà un decreto giudiziario che dichiari illegittimo mescere alcool e proporre giochi fuori della città. A quel punto lei è costretta a chiudere battente e si reca in città l’indomani per ritirare dalla banca i soldi per pagare i suoi dipendenti; ma in quel mentre nella banca irrompono Kyd e i suoi che stanchi di andare di mezzo per le rapine degli altri, la fanno loro una rapina. E lui bacia Vienna. Ma così la mette nei guai, perché i presenti testimonieranno che Kyd ha fatto la rapina e Vienna era d’accordo.

Fatto sta che stavolta Emma riesce a far arrabbiare i suoi più di prima soprattutto facendo leva su quello che accadrebbe alle loro terre se la ferrovia passasse da lì, e quando irrompono da Vienna, ecco il cambiamento di scena: loro sono tutti vestiti di nero e lei è vestita di bianco e suona il piano.

Ma ancor di più, lei a rappresentare non più la forza con cui cacciava gli intrusi dalla sua proprietà (rappresentata dai pantaloni da lei indossati), ma l’arrendevolezza, il suo essere vittima, donna, per incutere senso di rispetto in quegli uomini, vaccari sì ma che rispettano un codice d’onore, si presenta con la gonna. Poco prima che arrivino, uno dei suoi ha portato Turkey Ralston, sanguinante e svenuto, e Vienna pur capendo che con lui lei è in pericolo, non sfugge alle regole materne e lo nasconde. Ma quello viene ritrovato e allora la sua sorte è decisa. Minacciando di impiccarlo se lui non la accuserà (ma tutti sanno che lei è innocente), Turkey l’accusa. Ma poi vengono condotti fuori per impiccarli. Solo che Johnny si è infilato sopra al ponte e taglia la corda che fissa il cappio ad una trave: così muore solo Turkey, mentre Vienna e Johnny fuggono:

ora non ci sono più due uomini a fronteggiarsi, uomo e donna che fa l’uomo, ma un uomo e una donna (pantaloni e gonna, in una situazione in cui ancora una volta hanno una forte valenza).

Ora che i ruoli son stati definiti, e Vienna si abbandona al suo Johnny, può rimettersi i pantaloni e togliersi l’abito bianco (che nella notte sarebbe come un faro) e indossare una camicia rossa.

Mentre il suo saloon brucia nella notte (ne ha provocato l’incendio la rabbiosa Emma), si rifugiano da Kyd e dai suoi : lei gli presenta Johnny col suo vero cognome, e Kyd capisce che il rivale è un pistolero, contro cui non può nulla. Ancora una volta un dialogo, chiarisce la situazione:

-“Qua la mano”, dice Kyd, porgendogli la destra.

-“Non stringo mai la mano destra di uno che impugna la pistola con la sinistra”, risponde Johnny.

 Ma intanto sono arrivati al loro rifugio anche i vendicatori e avviene lo scontro finale: Longerman ha ottenuto di poter scappare con metà del bottino se li farà passare, e vuole trascinare Tom con sé; quello non ci sta e lui lo uccide. Verrà ucciso da Johnny che salva Kyd. Ma quando lei Emma si avvia verso il rifugio per farla finita con Vienna ed ucciderla, Kyd cerca di avvisarla e viene ucciso da Emma. Nel duello finale, si affrontano Emma (che nel tragitto verso il rifugio ha perso il velo nero, finito nella polvere senza che lei si curi di prenderlo, a significare che il lutto era solo un pretesto per la vendetta personale) vestita di nero e Vienna, che al vestito bianco della sera prima ha sostituito la camicia e i pantaloni che erano appartenuti a Turkey: è come se lei, indossandoli, volesse diventare per un attimo Turkey e vendicare la sua morte. Fatto sta che dopo essere stata ferita, Vienna uccide Emma.

Johnny accorre e finalmente essi si abbracciano, soli: ricominceranno la loro vita assieme.

Il film finisce con il motivo celeberrimo composto da Victor Young e Peggy Lee che poi lei ha cantato più volte.

Insomma il film finisce con un idillio; ma, durante le riprese, idillio ci fu davvero?

Bisogna dire che durante le riprese ci furono molte discussioni ed il clima non fu sereno: la Crawford ebbe molte discussioni con Nicholas Ray, e soprattutto si manifestò un’atmosfera elettrica con l’altra protagonista femminile, Mercedes McCambridge: entrambe eccedevano con l’alcool, ma la Crawford che era stata una stella di prima grandezza, e che ancora rimaneva un nome amato dalle platee (aveva vinto un Oscar con Il romanzo di Mildred di Michael Curtiz, nel 1945), aveva quasi cinquant’anni e già da qualche anno era dedita al bere: il fatto è che il mondo del cinema stava cambiando attorno a lei, e lei non riusciva più, come prima, ad ottenere parti sontuose e colleghi/ghe a lei gradite; e quindi doveva accontentarsi dei film che le proponevano, e dei partners, anche quelli che lei detestava.

Tuttavia di questo film si innamorò: le piaceva il carattere di Vienna, la proprietaria del saloon, ma dovette lavorare con una collega che lei detestava (ricambiata): Mercedes McCambridge. Forse anche a causa del fatto che non era l’unica star dei quella pellicola: la McCambridge, infatti, quattro anni prima aveva a sua volta vinto l’Oscar con Tutti gli uomini del re, e, a differenza della Crawford che era sul viale del tramonto, ed era cinquantenne, a lei, più giovane, offrivano ruoli di tutto rispetto (seppure di solito, personaggi negativi) e otteneva ingaggi per grandi case come la Metro Goldwin Mayers e la Warner Bros. Con la carriera che aveva iniziato, poteva scegliere con chi lavorare, mentre Joan Crawford non più. Infatti di lì a poco la McCambridge lavorerà in altri celebri films : Il Gigante (con James Dean, Rock Hudson, Elizabeth Taylor, Rod Taylor,) di George Stevens (1956) con cui fu candidata all’Oscar; Addio alle armi, di Charles Vidor, con Rock Hudson e Jennifer Jones (1957); Improvvisamente, L’estate scorsa (Con Liz Taylor, Katharine Hepburn e Montgomery Clift) di Joseph L. Mankiewicz  (1959); mentre la Crawford verrà scritturata solo per film minori, tranne Chi ha ucciso Baby Jane? con un’altra storica rivale, l’odiatissima Bette Davis). E poi c’era Sterling Hayden, il protagonista del film.

Sterling Hayden, quando interpretò qui Johnny “Guitar” Logan, aveva già cominciato una brillante carriera, interpretando già films come La traccia del serpente, di Lewis R. Foster (1949); Giungla d’Asfalto, di John Huston (1950); La città è spenta, da André De Toth (1951). In verità Hayden nel 1950 era stato inquisito dalla Commissione HUAC (House Un American Activities Committee) che si occupava di ricercare coloro che nell’Industria del Cinema avessero avuto simpatie sovversive, perché durante la seconda guerra mondiale, quando prestava servizio nell’O.S.S., aveva svolto missioni di grande importanza in Jugoslavia, meritando la stima e il riconoscimento di Tito, e venendo decorato sia in USA sia in Jugoslavia. Dopo la guerra per un po’ di tempo si era fatto la fama di comunista e questo era bastato a farne un bersaglio durante “la caccia alle streghe” in periodo maccartista: se in un primo tempo aveva scelto una posizione neutrale, poi scelse di fare dei nomi, ma di gente che la commissione già conosceva; tuttavia, in questo modo, perse molti amici. E d’altro canto, pur avendo avuto il permesso di lavorare, la sue idee filo-anarchiche non gli permisero di fare molti film. Più tardi disse nella sua autobiografia,  “Wanderer”: "I don't think you have the foggiest notion of the contempt I have had for myself since the day I did that thing”. Quando “la caccia alle streghe” finì, intorno alla fine degli anni ’50, Hayden, che nel frattempo aveva fatto televisione, rientrò come caratterista, non più come protagonista: ruoli minori, ma sempre di grande efficacia, e in cui la sua possanza e bellezza fisica erano supportati da una grande recitazione.

Però dal momento in cui fu costretto a parlare davanti alla Commissione HUAC, tutti i suoi personaggi furono portatori di una inquietudine: furono sostanzialmente dei personaggi tormentati. Come lo è Johnny Guitar, un pistolero che ha deciso di chiudere la sua parabola, andando a chiedere alla sua donna che lui che ha avuto fortuna, di poter ritornare con lei: è un po’ la parabola del figliuol prodigo. Si umilia, pur non potendo cedere del tutto: è tormentato dal suo essere un duro e nel contempo mostrare la sua parte più nascosta.

Anche Hayden probabilmente non ebbe un grande rapporto con la Crawford, se affermò dopo la fine delle riprese, There is not enough money in Hollywood to lure me into making another picture with Joan Crawford. And I like money”. E anche quella che fu la sua moglie in quel periodo ( Hayden si risposò 5 volte e tre volte sempre con la stessa persona, un po’ come Richard Burton e Liz Taylor ), Betty-Ann De Noon, disse: "There is nothing too bad to say about Joan Crawford. If I ever see her again, I’ll probably strike her face”.

E Nicholas Ray? Due commenti gli sono riportati, su Joan Crawford, a riguardo del suo film. Il primo fa eco a Hayden: "As a human being, Miss Crawford is a great actress”. Un commento inusuale per uno come Ray .

Il film fu al tempo parecchio criticato in patria (si disse tra l’altro che l’interpretazione delle due prime donne era troppo esagerata e distante: troppo recitata con distacco quella della Crawford, troppo rabbiosa quella della McCambridge; che era un film anti-maccartista; che in ragione della grande presenza di dialoghi, il film era molto vicino ad una Soap-opera) anche se si confermò un successo di pubblico. Probabilmente non si tenne conto del rapporto fortemente contrastante tra le due protagoniste, durante le riprese, che avrebbe spiegato l’interpretazione delle stesse.

Un altro commento di Nicholas Ray, più favorevole alla Crawford, che purtuttavia nota i suoi eccessi alcolici, fa riferimento proprio al rapporto turbolento durante le riprese tra le due prime donne:

“One night Joan Crawford got drunk and threw Mercedes McCambridge's clothes on the highway. She was absolutely great at work, but sometimes anger won over her temperament. They were very different and Crawford  hated McCambridge”.

Cosa era successo? Che Joan Crawford, la cui gelosia nei confronti delle giovani attrici era ben nota, non aveva digerito il fatto che tutti coloro che stavano attorno alle scene, regista, cast e troupe, applaudivano le performances della McCambridge. E che di notte, ubriaca, era entrata nel camerino dell’altra, si era appropriata dei suoi vestiti e costumi e li aveva disseminati sulla strada. E pare che giacchè era la protagonista principale, avesse ottenuto una revisione della sceneggiatura: in sostanza lei diveniva il fulcro della vicenda, e il film avrebbe giocato invece che sullo scontro tra Dancin’Kid e Johnny Logan, su quello di Vienna ed Emma
E’ dunque un fatto non una ipotesi che le due prime donne si detestassero vicendevolmente: la Crawford odiava la McCambridge e lei la detestava.

La risposta della McCambridge fu tagliente: "I am ashamed of myself because I have lacked the courage to tell the world what Joan Crawford really is, what she does to people in the studios. But she destroys those who oppose her” (http://www.joancrawfordbest.com/magprivate.htm).

Del resto era nota negli studios la sua tendenza a cercare di avere tutto sotto il suo controllo: dal casting, alla direzione.

Un altro suo commento sulla Crawford: Joan Crawford is a movie queen. I had never met one before. I know now what I don't want to be”.

Un altro attore famoso che era stato presente in quel film, è Ernest Borgnine: se si vuol proprio dirla, lui faceva il paio con la McCambridge ad impersonare in Johnny Guitar, i cattivi: cattivo lui tra i banditi, cattiva lei tra i “buoni”.

Borgnine espresse anche lui dei commenti su questo film: “The real drama was all behind the camera: Joan Crawford hated Mercedes McCambridge with a passion. She called her all kinds of insulting names, and poor Mercedes would fall apart. She’d literally go weak in the knees and collapse, she was that frightened of Joan Crawford”.

Borgnine aggiunge un aneddoto: dice che una volta la Crawford invitò dei maschi del set nella sua roulotte a spassarsela con l’alcool, Mercedes riuscì ad intrufolarsi nella baldoria e ringraziò Joan per la sua ospitalità. Joan pensò che la stesse prendendo per i fondelli, e come risultato “uscì da lei una cascata di insulti come non ne ho mai sentito, nemmeno in Marina” disse Ernie ("She let fly a fusillade of insults like I've never heard, not even in the navy”).

Se in patria il film fu criticato per le sue critiche politiche ( lo stesso Nicholas Ray altrove ha affermato di aver avuto notevoli problemi con la censura durante il periodo maccartista), la consacrazione del film fu tributata a Nicholas Ray dall’Europa: prima da Truffaut  e da Jean-Luc Godard ; poi da Bertolucci e da Wenders; quest’ultimo addirittura ne consacrò il mito, con un film, girato sull’ultima parte della vita di Ray, quello della sofferenza tumorale, in Lightning Over Water – Nick’s Movie.

Il film soprattutto si ricorda per quei colori così esagerati. La causa è da addebitarsi al procedimento tecnico per lo sviluppo della pellicola: la RKO, una casa indipendente, che produceva film per il largo pubblico, elaborò uno suo, il Tru-Color, che aveva fondamentalmente una dominante blu. In sostanza, i colori venivano parecchio saturati: questa accentuazione della colorazione, servì a Nicholas Ray, regista già messosi in luce prima di questo film con  In a Lonely Place, film noir del 1952 con Humphery Bogart e soprattutto con On Dangerous Ground, grande film noir interpretato da Robert Ryan e Ida Lupino, per accentuare le connotazioni psicologiche degli interpreti e delle varie situazioni del film: così il nero (il colore del lutto) è il colore della morte, vendetta, e anche della durezza di sentimenti; il bianco, è il colore della pace, dell’agnello; il rosso (la camicia che Vienna indossa dopo il tentato linciaggio) è il colore della passione; il giallo (il colore della camicia di Turkey) potrebbe individuare la gioventù.

Varie sono state le spiegazioni della sceneggiatura. C’è chi criticò il film in USA perché anti-maccartista: in sostanza, il maccartismo sarebbe stato rappresentato da coloro che si oppongono alla ferrovia, i notabili puritani; e c’è chi ha sostenuto che la sceneggiatura di Philip Jordan avesse anche dei nascosti significati sessuali. In pratica l’amore non corrisposto per Dancin’ Kid da parte di Emma Small e l’odio per Vienna non sarebbe stato altro che una messinscena, un transfert : infatti non avrebbe odiato Vienna in virtù della relazione con Kid Ballerino,  ma  Kid Ballerino in quanto amato da Vienna. In sostanza l’odio di Emma nei confronti di Vienna avrebbe nascosto un amore omosessuale frustrato.

Insomma, un film capolavoro, che western strano o noir travestito che sia, ha da quel 1954 ammaliato milioni di spettatori.



P. De P.

mercoledì 13 marzo 2019

René Clair : Dieci Piccoli Indiani ( “And Then There Were None”, 1945), con Louis Hayward, Mischa Auer, Barry Fitzgerald, Walter Huston, Queenie Leonard, Roland Young, June Duprez, C. Aubrey Smith, Judith Anderson, Richard Hay– b/n, 106 minuti,


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E’ questa la trasposizione più celebre del celeberrimo lavoro di Agatha Christie.

La genesi del titolo del romanzo fu travagliata: infatti, inizialmente il lavoro si chiamava Ten Little Niggers, che in inglese si traduce “Dieci Piccoli Negretti” e che in americano avrebbe avuto più o meno lo stesso significato, condito però da un senso dispregiativo. E’ chiaro quindi che, non volendo offendere la suscettibilità altrui, il titolo fu cambiato in And Then There Were None, che è in sostanza la frase con cui si conclude la celebre filastrocca su cui è basata la storia :

Ten little nigger boys went out to dine;
One choked his little self and then there were Nine.
Nine little nigger boys sat up very late;
One overslept himself and then there were Eight.
Eight little nigger boys travelling in Devon;
One said he’d stay there and then there were Seven.
Seven little nigger boys chopping up sticks;
One chopped himself in halves and then there were Six.
Six little nigger boys playing with a hive;
A bumble bee stung one and then there were Five.
Five little nigger boys going in for law;
One got into Chancery and then there were Four.
Four little nigger boys going out to sea;
A red herring swallowed one and then there were Three.
Three little nigger boys walking in the Zoo;
A big bear hugged one and then there were Two.
Two little nigger boys sitting in the sun;
One got frizzled up and then there was One.
One little nigger boy left all alone;
He went out and hanged himself and then there were None
.

La canzone fu composta nel 1868 da Septimus Winner e ben presto divenne molto popolare: in essa si colgono degli evidenti richiami dispregiativi e razzistici per i neri liberati. In seguito il soggetto fu cambiato e i negretti diventarono gli indiani. A “Ten Little Nigger Boys” si sostituì “Ten Little Indians Boys”.

Una cosa interessante, che pochi sanno, è che della ballata esistono due versioni originali, che differiscono in sostanza solo per l’ultimo verso: He got married and then there were none al posto di He went out and hanged himself and then there were None.

Questa doppia versione ha una sua importanza per quanto riguarda, sia il lavoro della Christie sia le sceneggiature cinematografiche da esso. Infatti, Agatha Christie non scrisse solo il romanzo del 1939, ma anche una trasposizione teatrale in forma di commedia nera, all’inizio degli anni ’40, che aveva un finale assai diverso, e ottimista rispetto alla sua forma originale, giacchè prendeva ad esempio la diversa versione finale della filastrocca ( in quanto è essa a dettare il ritmo della vicenda criminale e la successione delle morti).
Il romanzo narra dell’invito su un’isola deserta (collegata alla terraferma da una barca a motore che la raggiunge solo due volte alla settimana) di otto persone, che non si conoscono tra loro, ciascuna delle quali è stata invogliata ad andarvi da una rispettiva persona amica. Il padrone di casa, certo Owen, non li aspetta ma al suo posto essi trovano una coppia di servitori, assunti tramite un’agenzia di lavoro. Anche loro non conoscono il Signor Owen. La sera stessa del loro arrivo, mentre aspettano con irritazione il padrone di casa, una voce preregistrata su un disco accusa loro 8 e i due domestici, di essere tutti degli assassini. Qualche minuto dopo, mentre sorseggia un bicchiere di liquore, corretto al..cianuro, Anthony Marston, un rampollo di nobile famiglia, perditempo per professione (e assassino) muore avvelenato. E cosa singolare, ma che si ripeterà per tutti gli avvenimenti successivi, in una composizione che gli ospiti hanno trovato sul tavolo, raffigurante dieci negretti di porcellana, uno viene ritrovato rotto: così ne rimangono nove come nove sono gli ospiti rimasti. E man mano che saranno uccisi, anche le statuette verranno ritrovate rotte, fino a che non rimarrà intera neanche una; pardon, finchè non ne rimarranno solo due, con Vera Claythorne e Philip Lombard soli sull’isola, e ognuno che crede che l’altro sia l’assassino che ha eliminato gli altri 8; Vera riesce ad impossessarsi della pistola e uccide Lombard; ritornata nella sua stanza vi trova un cappio calato dal soffitto e, cedendo al rimorso di aver ucciso anch’essa, si uccide.
A questo punto, la sequenza delle morti non dovrebbe lasciare alcun adito al dubbio, se tuttavia qualcuno non dibattesse del fatto che, diversamente da quello che pensavano i dieci convenuti poi coinvolti nella strage, qualcuno comunque ci sarebbe dovuto essere, tanto più che la sedia grazie alla quale Vera si è impiccata, non viene trovata in mezzo alla stanza rovesciata, ma allineata compostamente. Il mistero si risolverà quando verrà ritrovato il messaggio del vero assassino, che costruisce il quadro degli avvenimenti. Questa la sintesi del romanzo.

Tuttavia come abbiamo detto la Christie approntò successivamente anche una piece teatrale, nel 1943, in cui il finale era diverso: in pratica rimanevano i due ultimi convenuti, Philip e Vera, uniti anche da una qualche reciproca attrazione, che inscenavano la finta morte di Philip. Così quando il vero assassino si rivelava e annunciava la volontà di uccidersi per far ricadere la colpa sull’ultima rimasta, apprendeva con rabbia, nell’immediatezza della morte, di essere stato a sua volta ingannato dai due, che poi si sposavano.

Questa doppia versione christiana è stata alla base delle trasposizioni cinematografiche, la più famosa delle quali è quella di René Clair, filmata nel 1945. Essa si basa sul finale alternativo, quello solare, giacchè la cinematografia americana avrebbe sicuramente accettato un prodotto con un finale bello e soprattutto in cui il crimine non paga e il piano dell’assassino non viene coronato dal successo.

Il film, diversamente dai film precedentemente realizzati su lavori della Christie, anche perché diretto da quel René Clair, ricordato soprattutto per Il Milione, fu realizzato senza badare a spese, secondo i dettami dell’industria Hollywoodiana, per cui Clair aveva già realizzato altri films; fu approntato un cast di prim’ordine, in cui figuravano grossi nomi del tempo, tutti o quasi però caratteristi utilizzati generalmente in lavori brillanti. E del resto la cinematografia di Clair è di quel tono, per cui i toni plumbei e angoscianti, presenti nel testo della Christie, nel film non ci sono. Prevalgono invece i toni leggeri e sofisticati, di commedia nera brillante: il film incomincia sul mare mosso ed una barca che trasporta delle persone, fino ad un’isola dove sono stati invitati per un week-end, ognuno da un proprio amico; le persone non si conoscono, e per quattro minuti e quarantacinque secondi nessuno parla: la prima a parlare è Vera Claythorne con Ethel Rogers, la cuoca e cameriera (che con suo marito Thomas, che è il maggiordomo, è stata assunta da un misterioso Signor Owen):

-“Tranquillo”, dice Vera.  – “Anche troppo”, commenta la cuoca.

Questo brevissimo dialogo già interpreta il tono nero della commedia: di lì a poco ci sarà una mattanza, che non avrà proprio nulla di “tranquillo”. Per apprezzare la raffinatezza della regia, è ancora il dialogo tra il giudice e il medico entrambi accusati dal padrone di casa, sempre inesistente, di nome Owen (la cui pronuncia inglese gioca volutamente con Unknown, cioè “Sconosciuto”), di essere degli assassini: ridono sfacciatamente confessando di non credere l’uno nella giustizia di cui è un rappresentante e in ragione della quale ha condannato ingiustamente un innocente sapendo che sarebbe stato ucciso e l’altro nella medicina, essendo un medico che ha ucciso una paziente mentre era ubriaco. E mentre questi due “degni professionisti” ridono, la governante e il maggiordomo, coniugi accusati di aver ucciso la loro padrona, commentano “Occhio non vede cuore non duole”, dopo che il cibo cotto è andato a finire per terra, e poi pulito è stato messo nel piatto di portata; e il principe russo (ma nell’originale di Christie era uno scapestrato rampollo di famiglia nobile inglese, Anthony James Marston) ammette che gli hanno tolto la patente perché ha investito due persone: ma come lo dice, si è condotti a pensare che sia più amareggiato per la patente che non per la morte cagionata irresponsabilmente. Ed è lui a suonare e cantare la filastrocca al pianoforte, prima di stramazzare al suolo avvelenato dal liquore al cianuro che stava bevendo, inaugurando la strage.

Insomma, un bel nutrito gruppo di farabutti! Per i quali è stata predisposta una bella ghirlanda di figurine in porcellana raffigurante dieci piccoli indiani: dopo la morte del principe, la figurine di porcellana rimaste saranno nove. E man mano che esse si assottiglieranno di numero, aumenterà l’angoscia dei rimanenti, che vi faranno sempre più riferimento: guarderanno con terrore se le figurine si siano ridotte, perchè questo significherà che l’assassino implacabile, una sorta di giustizia divina, avrà ricominciato a mietere vittime. Perchè è questo che emerge con forza: l’implacabilità e ineluttabilità della morte, il cui procedere è contrapposto alla meschinità, al terrore e alla paura degli assassini ora divenuti vittime a loro volta, quasi che siano esposti ad una sorta di contrappasso dantesco.

René Clair, utilizza per il suo film, il finale del lavoro teatrale che riprende il finale alternativo e bello della filastrocca : l’ultimo negretto (poi indiano) si sposò.
In realtà anche gli altri successivi film remakes del primo del 1945, hanno adottato questo finale (nel film del 1965 di George Pollock, che aveva firmato altre trasposizioni da romanzi della Christie,  la vicenda si svolge in una casa di montagna completamente isolata dal resto del mondo e toccata solo da una teleferica; mentre, curiosamente, nel film di Peter Collinson, del 1974, la vicenda si svolge nel deserto, in un mausoleo ad Isfahan, in Iran, e siccome la vittima destinata ad essere uccisa da un’ape come nella filastrocca, non può esserlo perché nel deserto non vi sono api, ecco che ad ucciderla provvede un serpente ) tranne un film russo del 1987, Desjat’ negritjat di Stanislav Govorukhin, che riporta invece il finale tremendo della prima versione della filastrocca e del romanzo della Christie.

P. De P.